di Marco Petrelli – Menapace (Prc): “Non c’è possibilità di paragone con chi combatteva dall’altra parte”
L’11 Agosto Firenze ricorda la fine della guerra, in coincidenza con l’arrivo dei soldati sudafricani in città. Celebrazioni che, anche quest’anno, hanno assistito ad alcune polemiche scaturite dalla scelta di Casaggì/Giovane Italia Firenze di ricordare i franchi tiratori, giovanissimi cecchini in camicia nera, ultimi fuochi del fascismo toscano.
Ne La Pelle Curzio Malaparte ritrae magistralmente l’episodio della fucilazione dei franchi tiratori, ammassati sul sagrato di santa Maria Novella tra i corpi dei camerati appena caduti. Stando al racconto di Malaparte fu la Divisione garibaldina ‘Potente’ a rastrellare ed eliminare ragazzi poco più che adolescenti, tra i quali comparivano molte donne che avevano abbracciato una causa disperata, fatta però di coraggio, determinazione e dignità.
A Palazzo Vecchio, nel salone dei 500, sindaco, giunta e opposizioni ricordano l’arrivo dei sudafricani in città. L’assenza del PD ( rappresentato da un solo consigliere) genera qualche mal di pancia; la parola passa poi all’ ANPI che, quest’anno, propone la testimonianza della senatrice comunista Lidia Menapace, staffetta partigiana in Val d’Ossola, la quale sottolinea che, a differenza di quella di Roma, la liberazione di Firenze fu il segno di un impegno teso a salvaguardare la libertà e il patrimonio artistico e culturale della terra dei Medici.
Nel frattempo il sacrario RSI di Trespiano si popola di altri fiorentini che, malgrado la calda giornata estiva, non hanno voluto mancare ad un appuntamento significativo sia a livello storico che umano. Tra i caduti repubblicani sulla lapide anche i giovanissimi
tiratori. La replica dell’Anpi non si è fatta attendere, proprio attraverso Menapace, secondo la quale:
Al di là delle considerazioni politiche c’è un fatto giuridico da tenere presente: difendevano uno stato non riconosciuto, erano fuori dalla legalità, non c’è possibilità di paragone con chi combatteva dall’altra parte
Sono passati sessantotto anni da quelle tragiche giornate eppure il rigurgito d’odio e di rancore non si è ancora arrestato.
Di fronte alla possibilità della costruzione di una memoria davvero condivisa, al fine di analizzare ed affrontare la storia con occhio critico ed obiettivo, l’Anpi oppone il suo ennesimo, duro rifiuto, quasi a voler sottolineare ancora una volta una forma di supremazia e di protagonismo sul passato prossimo del nostro Paese.
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