60 ANNI DI UN SECOLO D’ITALIA

Ecco il primo capitolo del libro dedicato alla storia de Il Secolo d’Italia curato da Antonio Rapisarda. Il volume verrà presentato giovedì 21 giugno presso la Sala conferenze del garante per la privacy, piazza Montecitorio. Parteciperanno Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Gianni Alemanno, Giorgia Meloni, Tommaso Foti, Marcello de Angelis (direttore del Secolo d’Italia) e Antonio Rapisarda

«Stampa di destra?», con queste parole appena sussurrate ci si avvicinava con circospezione – dopo un attento controllo sul tipo di abbigliamento e finanche sulle movenze – ai passanti “selezionati” vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. L’obiettivo? Cercare di vendere il quotidiano – «non si sapeva di quale giorno fosse, ma non importava» – e di portare così qualche spicciolo per contribuire alle spese della sezione.

Quel foglio, nascosto con cura sotto una cartella, era il Secolo d’Italia che, alla fine degli anni ’70, veniva spesso venduto così dai giovani militanti del Movimento sociale italiano: senza nominarlo nemmeno. Un aneddoto tra i tanti, questo, raccontato qualche tempo fa a chi scrive proprio da chi è passato dalla vendita in strada alla redazione del quotidiano e che racchiude bene che cosa ha significato per intere generazioni.

Questo è stato per anni il Secolo che dal maggio di quel 1952 ha raccontato la destra al Paese e il Paese alla destra: un foglio prezioso ma pericoloso allo stesso tempo; pericoloso tanto per se stessi (si rischiava l’incolumità a farsi notare con quel giornale sottobraccio) quanto per chi cercava con le buone e con le cattive di mettere a tacere, per la sua irriducibilità “politica”, un’intera comunità che ha inteso percorrere dal dicembre del 1946 la via democratica, nonostante le schegge conficcate dalla caduta del fascismo.

Proprio per questo risulterà essere così prezioso, perché – come vedremo – il Secolo accompagnerà e racconterà tutte le stagioni della destra politica e culturale, dalla lotta per la testimonianza alla lotta per la sopravvivenza, dall’arco costituzionale al sogno impossibile che si avvera: diventare proposta e forza di governo del Paese.

Una storia che inizia

«Il lettore non si aspetti un grande giornale, almeno per adesso». Così il direttore Bruno Spampanato – giornalista esperto e coraggioso, già alla guida del Messaggero e fascista della prima ora – firmava il primo editoriale sul numero d’esordio del Secolo (diventerà “d’Italia” qualche giorno dopo, il 7 giugno assieme all’ingresso del nuovo direttore Cesco Giulio Baghino).

Era il 16 maggio del 1952 e i quattro fogli del “quotidiano del mattino”, venduto a venti lire e allora sito in via Tomacelli 146 a Roma, rappresentavano il primo tentativo di dare voce a una destra italiana che si affacciava nel primo decennio del dopoguerra con tanti interrogativi sulla natura della propria presenza ma legittimata fin da subito da occasioni e affermazioni inaspettate. A fondare il giornale è Franz Turchi – che proveniva, come tanti, dall’esperienza della Repubblica sociale italiana – rispetto al quale la leggenda vuole che dovette vendere un’intera collezione di preziosi pastori di un presepe napoletano del ’700 per finanziare l’uscita del Secolo.

Mentre la prima squadra in redazione era composta da Sandro Osmani, Enrico Santamaria, Aniceto Del Massa, Francesco Guerini e Nino D’Aroma. La conferma della necessità di un organo di stampa arriva proprio dalle parole del primo direttore: «A queste nostre folle mancava una voce.

Mancava anche la possibilità di difendere le proprie tesi, di rivendicare la propria passione, di confutare quotidianamente la malafede avversaria che fino adesso ha avuto larga possibilità di deformare o snaturare i principi e l’azione di un movimento che si muove nella rigorosa orbita della legge e nell’osservanza leale della sue norme democratiche».

Sì, per un partito che in quegli anni iniziava a raccogliere consensi elettorali (le vittorie alle Amministrative del ’52 videro il Msi primo partito in centri importanti come Benevento, Foggia, Napoli) e quindi le prime responsabilità, la necessità di una “voce” sulla carta stampata era diventata direttamente proporzionale all’agibilità politica conquistata con i comizi in piazza.

E la conferma che nel destino di quella comunità non ci fosse solo la mera testimonianza lo dimostrano ad esempio le cronache suggestive del Secolo dalla Trieste “liberata” (l’inviato era Leonida Fazi – prigioniero non cooperatore degli inglesi a Yol in India sui cui ricordi scrisse poi La repubblica fascista dell’Himalaya – che viaggiava per il giornale in terza classe), che diventano occasione per dimostrare come quel partito potesse intestarsi, nonostante la persistente marginalità elettorale, all’interno di battaglie politiche maggioritarie e dal forte impatto popolare.

Di fatto, il giornale che doveva durare un solo anno – era stato fondato in vista della seconda campagna elettorale del Msi – proprio grazie ai risultati delle urne e all’entusiasmo registrato con le prime campagne di stampa diventerà uno strumento indispensabile.

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