SICILIA, UN’ISOLA, UN CONTINENTE

di Walter Ra – E’ di queste ultime ore la notizia della scoperta di una nuova “micro-placca tettonica” che coinciderebbe approssimativamente con i perimetri delle coste della Sicilia e che, più precisamente, si delinea a settentrione fino a comprendere l’isola di Ustica e a meridione fino all’isola di Malta.

L’esistenza di questo blocco, chiamato “siculo-ibleo” spiegherebbe la frequente attività sismica registrata negli ultimi anni soprattutto nella parte orientale dell’isola e confina da una parte col blocco del continente auroasiatico e dall’altra con la placca africana. E’ una scoperta sensazionale. Lo è, non soltanto da un punto di vista geofisico, ma soprattutto storico e sociale perchè essa materializzerebbe quella teoria, adottata negli ultimi anni dall’assessorato regionale al turismo e, sinteticamente espressa sotto forma di slogan pubblicitario negli spot televisivi: “Sicilia: un’isola, un continente”.

E’ una notizia che tuttavia, nella sua sensazionalità, conferma quanto affermato da sempre da storici e sociologi d’ogni tempo. Si perchè in fondo, ancor prima che dagli scienzati o che dagli umanisti, la Sicilia è sempre stata considerata continente dai siciliani stessi. Per i siciliani non esite “lo stivale” o “la penisola”, ma “u cuntinente” e gli abitanti di quest’ultimo sono pertanto “cuntinentali”, e continentali saranno le loro abitudini. Certo, adesso si dovrebbe cambiare l’espressione in “l’altro continente” differenziandolo definitivamente dal nostro e con esso tutto ciò che concerne le modalità d’azione e di pensiero di chi ci vive. Migliori o peggiori, ai lettori l’ardua sentenza.

Di sicuro, sfido qualunque abitante di Sicilia a giurare di non aver pronunciato almeno una volta nella vita la frase, recitata, in quel capolavoro, girato nelle mie terre, che è Nuovo Cinema Paradiso di Puppuccio Tornatore; quella in cui ad un certo punto Alfredo, immenso e sicilianissimo Philippe Noiret, rivolge a Totò: “vattinni! Chista è terra maligna.”

Questo pezzo non ha la presunzione di voler descrivere la Sicilia o i siciliani, sarebbe offensivo, oltre che nei confronti di un’intera isola -o continente- e del suo popolo, anche di chi mi ha magistralmente preceduto nell’assai ardua impresa: si pensi al gattopardesco Don Fabrizio del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Senza contare che questo implicherebbe, come requisito fondamentale, una capacità di scrittura o di pensiero così sopraffina al punto da essere in grado di parafrasare e descrivere i più paradisiaci canti angelici districandosi, senza essere arso, tra le fiamme dell’inferno. No, non possiedo nulla di simile.

Questo pezzo vuole, tutto al più, essere la più misera e semplice spiegazione di quella “legge dell’appartenenza” che Manlio Sgalambro espone nel sublime finale di Perduto Amor di Franco Battiato. Quella legge che colpisce chiunque stia lontano dalla Sicilia, anche chi, cinicamente, sembra non esserne vittima e che poi col passare del tempo ne viene irrimediabilmente contagiato fino a soffrine più degli altri.

E’ un articolo che vuole dare un’unica ed eguale risposta a tutte quelle differenti domande che amici e colleghi dell’”altro continente” porgono, incuriositi da così tante, a volte troppe, differenze.
Noi non siamo semplicemente l’ultima e conclusiva regione di una, seppur magnifica, penisola. Da noi non esistono le differenze che intercorrono, ad esempio, tra il Gargano ed il Salento, tra la riviera romagnola e la bassa padania, tra il Trentino ed il Sudtirol.

La Vanità è il nostro vizio e la nostra virtù. Ed eguali sono, seppur con accenti diversi, vizi e virtù tanto nella grande città che dà sul mare, quanto nel piccolo borgo arroccato tra le montagne dell’entroterra. E in tutti luoghi, alti o bassi, orientali e occidentali, sussiste sempre la stessa paura: paura d’innabissarsi. Inabbissarci, non tanto nel mare, quanto in noi stessi.

Oggi come oggi, se da Napoli si volesse andare a Roma occorrerebbe un’ora scarsa di treno, e per quanto questa classe politica incompetente ed arraffona lo stiano impedendo, verrà il giorno in cui anche da Reggio Calabria Roma sarà raggiungibile in altrettanto poco tempo. Ma dalla Sicilia no. Questo non accadrà mai. E per quanto navi e aerei e treni e ponti possano essere costruiti, per lasciare quest’isola occorrerà un tempo assai più grande. Un tempo di una grandezza misurabile in sentimenti prima che in kilometri.

Diceva Goethe che “l’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito perchè soltanto qui è la chiave del tutto.” E’ vero. Ma non lo è, invece, il contrario. La Sicilia senza l’Italia resta intatta, immutabile. Custode della chiave d’ogni cosa, come lo è stata per tremila anni e come lo sarà per sempre. Perchè questa non è soltanto un’isola, ma un continente. Perche noi non siamo settentrionali o meridionali, non siamo Nord e nemmeno Sud. Noi siamo l’Oltre.

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2 Comments on this article. Feel free to join this conversation.

  1. rosario 13 maggio 2012 alle 10:45 -

    Gentile Signor Ra,
    bellissimo articolo, ma mi permetta l’ardire di segnalare ( credo ) un errore: nell’elenco delle località italiane, tutte descritte con la loro espressione geografica corretta, c’è ne una elencata in modo erroneo.
    La invito a riflettere (come siciliano) sul fatto che la “bassa padania” non esiste, piuttosto la bassa padana. Ringraziandola per l’attenzione porgo
    cordiali saluti
    Rosario
    Pantelleria

  2. Walter 13 maggio 2012 alle 13:25 -

    Gentile Rosario,
    ha perfettamente ragione, la sua segnalazione è giusta e corretta. A volte purtroppo ci si abitua passivamente ed in maniera inconsapevole all’utilizzo di termini impropri ed errati. Mi scuso con i lettori per la svista e la ringrazio per l’accorgimento.
    Cordiali saluti, Walter

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