MARO’, PARLA IL CAPITANO ANSELMI: SAREI RIMASTO IN ACQUE INTERNAZIONALI, AVREBBERO DOVUTO SPARARMI COL CANNONE

di Chris Grasso – Latorre e Girone non torneranno a casa, non subito a almeno. I due marò italiani rimarranno in cella per altri 14 giorni, decisione presa ieri dal giudice della giurisdizione di Kollam A K Gopakumar; per i due fucilieri trasferimento immediato nel carcere centrale Trivandrum. La tensione quindi resta alta, i militari italiani sono ormai nelle mani della polizia indiana dal 20 febbraio e le speranze di una rapida soluzione del problema sono decisamente scemate. Non una splendida figura a livello internazionale per l’Italia, che forse avrebbe potuto e dovuto gestire tutto in modo differente. Ne parliamo con il Capitano di Fregata Alessio Anselmi, Presidente del Consiglio Centrale di Rappresentanza della Marina Militare, che ha deciso di rilasciare quest’intervista in esclusiva a Meridiana Magazine. La nostra chiacchierata inizia proprio da questo tema.

Si è scelto di non partire subito all’attacco, ma capire prima bene quello che succede. Il nostro ministro degli esteri si trova a dialogare con una realtà, una cultura profondamente diversa dalla nostra, differente da quella europea a cui siamo abituati. In questo momento l’importante è non peggiorare la situazione con dichiarazioni che possono turbare certi equilibri. Una cosa però possiamo dirla: oggi sono contento perché noto una mobilitazione generale ad ogni livello ed è importantissimo che non cada il silenzio. Noi militari ci siamo presi l’impegno di monitorare ciò, e rivolgiamo la richiesta a tutti gli operatori ed i professionisti della comunicazione”.

Torniamo indietro nel tempo a quel maledetto 20 febbraio. Chi diede l’ordine di scendere dalla nave e perché?

“Questo purtroppo non deve chiederlo a me, il nostro obiettivo in questo momento è differente e ci piace vedere che l’opinione pubblica la pensi come noi. Io ieri passavo dal centro di Roma dov’erano esposti degli striscioni con su scritto Riportiamoli a casa; mi dispiace che lo stesso non sia stato fatto anche dal comune di Milano, sarebbe stato bello. Da quello che mi sembra di aver capito l’amministrazione lombarda s’è rifiutata di esporre il medesimo striscione. Provo profondo rammarico perché credo che dinanzi alla realtà di nostri militari imprigionati all’estero le divisioni politiche dovrebbero essere messe da parte con fermezza, dovremmo sentirci tutti italiani e coesi”.

Si, ma secondo lei come andava gestita l’emergenza nelle primissime ore. Cosa avrebbe fatto lei al posto del comandante?

“Certe valutazioni è sicuramente più semplice farle da una scrivania che dalla plancia, questa è una premessa doverosa. Io avrei scelto di rimanere nelle acque internazionali, dove non avrebbero potuto far nulla a meno che non fossero venuti a spararmi col cannone.

In generale però possiamo affermare che l’Italia non ci sta facendo una splendida figura a livello internazionale.

“Io come rappresentante delle forze militari posso affermare di essere orgoglioso di parlare a nome di professionisti che non hanno mostrato il minimo cedimento; dobbiamo essere fieri dei nostri militari ed in questo caso degli uomini del S. Marco, militari al quadrato che hanno svolto il corso per fare i marescialli ed i sergenti. Si, lo ripeto sono orgoglioso di loro. Il sistema Paese? Beh, dovrebbe rispondere qualcun altro. Da cittadino, e torno sull’argomento, rimango meravigliato quando vedo città come Milano che non aderiscono a certe iniziative”.

Come si commenta tutta la vicenda negli ambienti militari?

“La mentalità è cambiata. Se fosse accaduto negli anni ’80 o ’90 ci sarebbe stato un atteggiamento quasi di pietà. Adesso negli ambienti militari siamo coscienti di essere dei professionisti e mettiamo in conto anche le cose peggiori che possono capitare. Lo stesso giorno in cui venivano fermati i  nostri militari, in Afghanistan ne morivano tre dell’esercito, quindi siamo coscienti di essere dei professionisti a rischio. Riguardo Latorre e Girone le dico una cosa svestendo per un attimo la divisa. Mi sorge un forte dubbio: se continua a non trovarsi alcuna collaborazione con gli indiani chissà che non ci sia dietro proprio la pirateria o qualcosa di peggio”.

Chiudiamo con una nota un attimo più lieta: la liberazione di Rossella Urru.

“Si, è stata una bella notizia certo, ma anche la Urru sapeva quello che faceva, sapeva dove si trovava insomma. Sappiamo cosa c’è all’interno ed attorno al popolo Saharawi, sappiamo che esistono scorribande di ogni tipo, una cultura completamente diversa dalla nostra”.

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