LE NUOVE FRONTIERE DELL’ANTISEMITISMO
di Alex Minissale – Non è tempo di retorica da aula magna, né tanto meno di vacuità negazionista e fervore da controffensiva. Si valuti, per contro, l’evoluzione esteriore del carnefice, che non è più la sagoma semi-baffuta e mefistofelica di quel führer che fu caricatura di sé stesso: lui morto e decomposto, le sue deviazioni psichiche un po’ meno. E allora cosa ci vuole per comprendere che l’antisemitismo c’è ancora, imperversa diametralmente, grava sulle spalle d’Israele e su quelle d’Occidente, compagni di passeggio nel mirino di un Islam che esplode e sorseggia succhi di frutta.
È un fuoco longevo, se non eterno, è la convergenza ultima degli opposti estremismi – destra hitleriana e sinistra radical – che scoprendosi paralleli sull’asse antisemita annegano i rancori in un denominatore silenzioso: “eroi” tedeschi e boliviani s’incontrano cicatrizzati nelle stoffe di maglie intercambiabili, salutandosi disinvolti; e dunque scheletri di svastiche sui muri e al collo una kefiah: nazionalismi opposti della stessa medaglia.
Le vittime permangono in quanto fenotipo, i carnefici cambiano divisa. Si trasmettano su pellicole sgranate filmati e fotogrammi da brivido, continui e si tenga a galla la produzione artistica, considerata la valenza storica e la presenza sgradevole di sapientoni che ridimensionano: la sensibilizzazione dovrà essere per sempre, la modalità di commemorazione non sarà mai proporzionale all’entità dei fatti commemorati. Né tanto meno – prevedendo i detrattori dall’interpretazione larga – vorrei piegare la circostanza alla personale esigenza di una catilinaria opaca e un po’ islamofoba: più che convogliare odio verso una categoria religiosa, voglio indirizzare i riflettori verso le oscenità che accadono in nome di essa. È mia unica esigenza, appunto, sottolineare che il semplice ma determinante “ricordare per non dimenticare” non deve essere motivazione elusiva ed esclusiva, basta come slogan e abbonda come mantra: un’alta percentuale di noi, di fatto, ricorda e non dimentica.
Ma che valenza avrebbe, questo ricordo, se non si traducesse come consapevolezza e presa di coscienza, se non fosse affiancato da un inno granitico e incondizionato ai diritti umani, gli stessi diritti umani calpestati e beffati da chi, guarda caso, si dice “anti-sionista in virtù di un nazionalismo patrio” (cambiano le parole, non le convinzioni). Che valenza avrebbe, se non fosse il sacrosanto pretesto per la tipica condanna “senza se e senza ma” di chi, nel nome di un testo sacro, lapida, decapita, infibula, recide mani in quanto smaltate – nel 2012 – pratica poligamia esigendo fedeltà e – siamo ancora nel 2012 – uccide se disonorato, frusta e versa acido se disobbedito. È questo il tema, altro che “rioni marginali della destra estrema”, che campano di una manciata di visualizzazioni e qualche tosatore per sistemarsi.
E alla luce di tutto questo, che vi credete? Che basta gremire i palinsesti di pigiami a righe e riesumare dalla polvere diari di Anna Frank? Che vi credete, che l’antisemitismo sia roba di un lato o di un altro? Niente di più sbagliato: l’antisemitismo si estende trasversale, contaminando anche e soprattutto – paradossi – quella sinistra che fece della pedagogia anti-razziale il proprio vessillo di battaglia, e che oggi sacrifica l’unica sfaccettatura positiva della sua dialettica, quella relativa alla rigidità anti-nazista, per l’appunto, in nome di un atteggiamento filopalestinese che non si spiega se non con una forma di disprezzo statico e cromosomico nei confronti degli amici d’oltre oceano. I quali – a loro volta e di nuovo paradossalmente – non lesinarono contingenti ai tempi di quella “Resistenza” che oggi è dogma, ma che ieri, senza il suddetto intervento, avrebbe potuto diventare un pasticcio made in Italy, architettato da trafugatori di formaggi con gli ormoni attivi e il colpo in canna – generalizzo.
E non se ne rende conto, questa sinistra doppiamente fregata dalla proprietà transitiva, di cadere inesorabilmente nella sadica fertilità che fece attecchire leggi razziali e protocolli d’intesa, di somigliare orribilmente alle vesti politiche che ogni benedetto giorno mette all’indice con disgusto. D’altra parte, cosa c’entra Israele? Con le sue pretese di ridisegnare i confini e i suoi deliri economico-gestionali, grazie ai quali, peraltro, s’è accomodato sulle poltrone d’alta finanza ricavandone liquidità e facoltà di macchinare complotti. Stesse parole, altra bocca, le palandrane al posto delle divise grigio temporale. Cospirazioni e stereotipi: l’odio sale a bordo della sineddoche e il singolo (Israeliano) viene disprezzato per il tutto (Israele). E dunque al rogo le multinazionali e con esse l’occidente tutto, receda Israele – longa manus degli Sates -, avanzino i figli-di-Allah (una frangia estrema, si dice e si spera) e il loro imperialismo demografico: anche di questo, oggi, dovremmo avere Memoria.
Abbiamo un serio problema di regressione che avanza, e non può essere dequalificato e archiviato dentro la cartella “ordinaria xenofobia”.
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