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Pubblicato il: ven, gen 27th, 2012

I SINDACATI ED IL PASSAGGIO DALLA CONCERTAZIONE ALLA CONSULTAZIONE

di Lorenzo Quilici – La cosiddetta “fase2”dell’operato del governo ha, tra i punti cruciali, la riforma del mercato del lavoro. Da metà degli anni Novanta, nelle scelte di politica economica i vari governi hanno utilizzato nel rapporto con i sindacati quello strumento di democrazia economica partecipativa che va sotto il nome di concertazione. La concertazione in Italia è stata, secondo una definizione di Sergio Romano, “il totem intoccabile della democrazia consociativa, la formula magica che avrebbe garantito la pace sociale”.

Il metodo concertativo durante il lungo periodo di tempo in cui è stato applicato ha presentato alcune debolezze strutturali sia di carattere istituzionale che economico: le prime dovuti al fatto che, sebbene il sindacato sia un’associazione di lavoratori e pensionati e dunque né rappresenti la nazione né sia obbligato a dare risposte della sua politica agli elettori, troppo spesso esso pretende per i propri associati più poteri di quanto ne abbia un qualunque cittadino, diventando così una sorta di passaggio obbligato. Le debolezze di carattere economico derivano, invece, dal fatto che quasi tutti gli accordi sottoscritti con la concertazione sono stati raggiunti grazie a compromessi che distribuivano compensazioni, permettevano al sindacato di esibire la prova del proprio potere, incidevano in maniera non indifferente sui conti dello Stato.

La crisi economica, rispetto a quanto avveniva in precedenza, non concede la possibilità di distribuire grandi risorse o di dividere con equità una parte di benessere: oggi la parola “equità” si riferisce alla condivisione dei sacrifici e l’urgenza delle questioni aperte, principalmente la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, rende impossibile procedere a piccoli passi. Tutto è più drammatico e anche la concertazione tradizionale cambia aspetto.

Nelle nazioni del nord Europa, dove la concertazione ha visto la luce all’incirca quarant’anni fa, essa da tempo è stata abbandonata a favore del dialogo sociale o meglio della cosiddetta consultazione. Nella logica della consultazione la mobilitazione delle idee diventa quasi più importante della mobilitazione delle piazze, il potere del sindacato aumenta quanto più le sue proposte riescono a combinare in modo credibile e sistematico la pluralità di interessi del nuovo mercato del lavoro, a raggiungere e convincere l’opinione pubblica. La consultazione non è ovviamente un banale e semplicistico seminario di studio: ma sicuramente non è più una trattativa senza respiro tra interessi di parte, continuamente in balia di veti incrociati e dunque ideata per partorire disordinati compromessi al ribasso.

Il governo Monti ha adottato tale metodo, incontrando i sindacati uno ad uno per mettere a punto la riforma del mercato del lavoro; limpido è il senso di questa mossa: il premier Monti non ha intenzione di riaprire i tavoli della concertazione, sia perché egli ritiene superata quella fase, sia perché la direzione in cui si sta dirigendo è quella dettata da Bruxelles (ossia la riforma con il fine di maggiore flessibilità e non esclusivamente di aumento delle garanzie), diversa da ciò che desidererebbero i sindacati. Rispetto a questi ultimi la proposta del governo rimane di condividere, discutere ed eventualmente anche cambiare, le proposte che il governo sta mettendo a punto; ma non di concordarle in anticipo, come accadeva durante l’epoca della concertazione.

In tal modo, la scena negoziale per i sindacati si è ristretta perché questo governo ha richiamato esclusivamente a sé  la titolarità e la responsabilità delle scelte senza concedere deleghe in bianco a dialoghi sociali o pretendere logiche divisive che automaticamente concedevano ruoli politici sia alla Cgil che alla Cisl.

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