CHE IL FORCONE NON DIVENTI UN CAPPIO PER I SICILIANI
di Alberto Spampianto dirigente nazionale Giovane Italia e Stephen Distefano presidente regionale sicilia orientale di Giovane Italia
Da tre giorni la Sicilia sta tenendo la posizione di avanguardia della protesta contro le manovre del Governo Monti. Il ruggito dei blocchi a porti e autostrade messi in atto dal “Comitato dei Forconi”, costituito da agricoltori, pescatori e – soprattutto – autotrasportatori fa apparire la rivolta dei taxi a Roma come un cinguettio. E, nonostante la scarsa visibilità sui media nazionali, oggi la protesta giunta al terzo giorno, raccoglie sempre più consensi e sostegno e ottiene una stentata attenzione sulla stampa e sulle tv nazionali. Eppure… la Sicilia inizia a inginocchiarsi sotto il peso di una protesta radicale. Benzina e prodotti vari iniziano a scarseggiare ed esaurirsi; i poli petrolchimici sono picchettati, i lavoratori non entrano e le autobotti non escono dagli impianti.
Sembra la ripetizione di un copione già visto in occasione del blocco messo in atto dai trasportatori nell’ottobre 2005. Ma questa volta c’è un elemento di novità. Le rivendicazioni portate avanti non riguardano solo le categorie promotrici della protesta: aumento del costo del carburante, sostegno delle banche alle imprese attraverso un più facile accesso al credito le principali.
E non si tratta di rivendicazioni generiche o infondate. in Sicilia si estrae la maggior parte del greggio italiano e raffiniamo l’80% della benzina italiana; abbiamo 8 raffinerie importanti che hanno massacrato le tutte le coste siciliane e paghiamo un prezzo altissimo in termini di inquinamento ambientale e costi sanitari. Il tasso di incidenza tumorale in Sicilia (soprattutto nelle aree interessate dai fumi delle raffinerie, come Gela, Milazzo o Priolo) è impressionante; e il sistema sanitario regionale è gravato da un numero altissimo di malati affetti da patologie tumorali. Senza parlare delle malformazioni dei feti e dei neonati che si presentano nei comuni circostanti i poli petrolchimici.
Aggiungiamo nel pesante fardello che la Sicilia si porta sulle spalle anche la scadente rete di collegamenti stradali, la mancanza di tariffe aeree speciali per i residenti nell’isola e, non ultimi, i tagli di Trenitalia alle corse da e per la Sicilia. E nonostante questo, e nonostante lo Statuto Speciale, paghiamo la benzina come nelle altre parti d’Italia. E i proventi delle attività di estrazione vanno fuori dalla Sicilia, a cui rimangono ( a fronte di un affare da 300 mln di euro) solo 470.000 euro di concessione Regionale.
Insomma, i motivi per una rivolta popolare – il termine rivoluzione troppo spesso usato in questi giorni, è forse un tantino esagerato e adatto a contesti un po’ più importanti – ci stanno tutti. Occorre però comprendere che una forma di protesta così radicale, deve travalicare i limiti delle categorie che l’hanno promossa.
Ad oggi, il prezzo più pesante degli effetti della protesta, lo sta pagando il popolo siciliano. E se dal movimento dei forconi venisse fuori solo una rivendicazione di categoria, o si mirasse ad ottenere solo benefici rivolti ad autotrasportatori e pescatori, assisteremmo ad una brutale e sporca speculazione sulla pelle dei siciliani.
Occorre allargare la base della protesta; occorre fare di questa battaglia un’occasione per rivendicare sacrosanti diritti per il popolo siciliano; occorre portare avanti una ferrea battaglia contro chi gestisce in modo inadeguato la Regione Sicilia e contro chi, da Roma, con una sempre maggiore pressione fiscale sta martoriando una terra fin troppo martoriata. Per questo Giovane Italia, nonostante i disagi che la popolazione siciliana sta sopportando, aderisce alla protesta senza però firmare nessuna cambiale in bianco al movimento dei forconi. Anziché passarsi da una parte all’altra la patata bollente della protesta, il Governo Regionale e quello Nazionale portino avanti azioni concrete.
Se la piattaforma rivendicativa non mira ad ottenere vantaggi per tutta la popolazione, dei forconi resterà solo il ricordo di un cappio al collo dei siciliani.
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