NOI CREDIAMO…NELLA MEGLIO GIOVENTU’ ITALIANA
di Marianna Solari - «La nostra è una grande Nazione, nata nel segno del coraggio più audace e più generoso. Nata dall’eroismo e dal sacrificio di un gruppo di ragazzi, molti dei quali poco più che ventenni. Una banda di idealisti, sognatori e poeti, capaci di abbandonare tutto e prendere le armi per inseguire la speranza dell’unità nazionale. A prezzo delle loro giovani vite, quegli eroi ribelli ci hanno lasciato una Patria. Centocinquant’anni dopo, il testimone passa ai giovani di oggi. Perché ora si tratta di farla ripartire, questa Nazione, di non cedere alla tentazione dell’apatia e del qualunquismo mascherati da lotta alla “casta”, da antipolitica. (…) perché quella italiana è davvero una gioventù straordinaria.»
È così che Giorgia Meloni, il ministro più giovane nella storia della Repubblica italiana, si è sempre battuta e si batte per la “sua” gioventù, quella che ha cercato e cerca di proteggere e spronare con le iniziative più mirate, con umiltà, con entusiasmo, con fatti concreti, con allegria e genuina rabbia, ottenendo la stima anche di chi politicamente guarda in altra direzione. Ed è proprio questo il punto: in un momento storico come quello che stiamo attraversando, in cui l’Italia arranca e ha bisogno di essere continuamente ricaricata, come un carillon, da energia pulita, fresca, giovane, volitiva, la Meloni invita a non smettere di crederci, a non isolarsi, a optare per la «comunità» piuttosto che per l’individualismo.
Talvolta è un appello estremo il suo. Con tutta l’anima racconta di sé, di come tutto sia possibile se lo si vuole, di quanta forza distruttiva si cela dietro all’odio politico, di quanto in situazioni come queste sia fuori luogo fare di tutt’erba un fascio. È vero che il sistema va resettato e reimpostato su basi diverse, ma nella mischia c’è chi lo sta facendo, c’è chi non ha mai ceduto alle lusinghe del potere, c’è chi ci crede dall’età di quindici anni e che nonostante le vette raggiunte continua a operare per i “suoi” giovani, «uomini e donne che non si lasciano scivolare pigramente la vita addosso, ma la prendono a morsi per scoprirne il sapore. Qualunque esso sia».
E non è spaccando le vetrine dei negozi a manganellate che si risolvono i problemi, peggio ancora il farlo a volto coperto. La Meloni sottolinea come quello sia soltanto menefreghismo, non un gesto rivoluzionario. Perché «Un rivoluzionario non distrugge, costruisce. Non si copre la faccia, ce la mette» come coloro che «traducono la rabbia in proposta politica», senza fermarsi al solo e lecito indignarsi.
È a una tribù di veri rivoluzionari che la Meloni desidera rivolgersi. Vuole che i “suoi” giovani, non necessariamente in senso anagrafico bensì che possiedano lo slancio dei ventenni, credano innanzitutto nei valori più alti, quelli creativi, quelli geniali, quelli legati all’amor proprio, al sacro amor di Patria e al senso di appartenenza a una identità nazionale.
Le lungimiranti pagine del libro firmato Giorgia Meloni sono destinate a chi, anche nel proprio piccolo, esige impegnarsi affinché qualcosa cambi. Dove “impegnarsi” significa per prima cosa «accendere il televisore e guardare il telegiornale invece del gioco dei pacchi».
E sono molti gli esempi a parlare, tutti quelli che l’autrice sceglie di raccontare. Ogni storia è italiana e tocca tematiche estremamente attuali, tutte diverse, problemi davanti ai quali i protagonisti hanno deciso di ribellarsi. Una ribellione autentica, una ribellione alla stasi, un trionfo dei valori, una voglia di vincere.
Così come è accaduto a Simona Atzori che ha raggiunto il successo come pittrice e danzatrice pur nascendo senza braccia. Così è stato anche per Federica Pellegrini, record mondiale dei 400 stile libero dopo una tragica esperienza di bulimia. Allo stesso modo si è ribellata Carmelinda, rifiutando di abortire nonostante i pregiudizi cui sarebbe andata incontro in quanto ragazza madre in una cittadina come Licata.
Ma anche Marco e Claudia hanno vinto: loro che seppur molto giovani, lavoratori precari e impossibilitati a prendere un mutuo, hanno deciso di sposarsi, vivere in affitto e avere dei figli nel fiore dei loro anni piuttosto che attendere degli agi superiori e ritrovarsi ad essere vecchi e svogliati. Un’altra storia ha catturato la mia attenzione, quella di Alessandro Romani, incursore ucciso in Afghanistan nel settembre del 2010. E anche quella di Fabrizio Quattrocchi che è morto in Iraq tra le mani dei terroristi dopo aver detto «Vi faccio vedere come muore un italiano», con un orgoglio che ha lasciato tutti attoniti, senza neanche essere un militare.
Ed è proprio a questo proposito che mi viene in mente l’emozione provata durante queste feste natalizie romane nel camminare lungo Via del Corso sotto a un vero e proprio lenzuolo di luci tricolore che ricopre senza mai interrompersi tutto il viale da un estremo all’altro. C’è chi ha detto che in questa fase di crisi sia quasi stupido tale “patriottismo”! Beh, penso che il giorno in cui tutti noi, e dico tutti, ci renderemo conto di quanto sia preziosa la nostra Nazione, la nostra storia, la nostra cultura, i nostri primati nel mondo, la nostra originalità, allora forse qualcosa cambierà. Come cambiò quando un ragazzino di nome Goffredo Mameli morì in nome dell’Italia unita, in nome di quel tricolore che adesso brilla su Via del Corso e che dovrebbe ardere nel sangue di ogni italiano, adesso più che mai.
In molti capitoli ho letto qualcosa che mi riguarda, come la difficoltà a intraprendere strade certe ed economicamente valide senza incappare nel così frequente sfruttamento, mimetizzato nel concetto di “gavetta”. A tutti coloro che si ritrovano nella mia stessa situazione, a subire il pessimismo di chi si è già arreso in partenza e a cadere in qualche giornata di smarrimento pensando a che ne sarà della laurea, degli anni di studio, degli esami fatti, dei voti presi ed esultati, e a quante saranno ancora le porte chiuse perché non si ha la “spinta” giusta, il motto deve rimanere “noi crediamo”. Crediamo in noi stessi, nei nostri sogni, nel nostro talento e negli occhi verdi di colei che la speranza ce la continua a dare anche citando Sant’Agostino: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose che non vanno e il coraggio per poterle cambiare».
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