LE IDI DI MARZO. LE PRESIDENZIALI AMERICANE SECONDO CLOONEY
di Pietro Forestiere - Si tratta di una delle pellicole favorite ai prossimi Oscar hollywoodiani. La fonte di ispirazione è una piéce teatrale nota a Broadway, meno in Europa, Farragut North di Beau Willimon. Ma l’opera di George Clooney, regista, sceneggiatore nonché coprotagonista del film, offre una visione intrisa di realismo al limite del cinismo sul prossimo futuro politico degli Stati Uniti d’America. Come in molti lavori dell’ultimo decennio a cui Clooney abbia preso parte in veste di produttore o attore, l’alone di divo che gli si è conferito gli consente di ottenere ciò che vuole.
Nel merito, l’affiancamento nella produzione esecutiva di un certo Leonardo Di Caprio, nonché un cast artistico che può vantare interpreti con qualche Oscar in dote per ruoli da caratteristi comprimari. Dal vero protagonista del film, il canadese Ryan Gosling, nella parte dello spin doctor emergente, attore affermato negli States già da qualche anno ma elevato a divo internazionale e novello Steve McQueen solo nel 2011 che lo ha visto sperimentarsi sia nel crime Drive, acclamato a Cannes, sia nella commedia sentimentale Crazy, Stupid, Love, che gli è valsa la nomination agli imminenti Golden Globe. Passando per Philip Seymour Hoffman, nel ruolo dello spin doctor navigato, premio Oscar con Truman Capote. Per Paul Giamatti, che interpreta il responsabile della comunicazione avversario, che al riconoscimento è andato vicino con La versione di Barney. E Marisa Tomei, nel ruolo della cronista politica opportunista, Oscar da adolescente nel 1992 e più di recente eccezionale interprete femminile del pluripremiato The Wrestler. Da non sottovalutare infine la figura della precoce stagista incarnata dall’affascinante Evan Rachel Wood, che dalla giovanissima nomination per Thirteen ne ha fatta di strada, esaltando registi del calibro di Allen (Basta che funzioni) ed Aronofsky (The Wrestler). Insomma un cast d’eccezione, necessario per sostenere uno storyboard incentrato su lenti momenti di introspezione e continui primi piani.
Per esporre lo schema narrativo, il giovane e rampante spin doctor Stephen Meyers (Gosling), trascinato dal più anziano guru della comunicazione Paul Zara (interpretato da Hoffman), viene catapultato nella decisiva campagna per le primarie democratiche del governatore Mike Morris (Clooney). La giovane età gli riserva l’illusione iniziale di poter osservare la realtà politica in cui è immerso secondo le candide categorie del bianco e del nero. Nello sviluppo della trama potrà osservarne invece tutte le sfumature, cedendo in certezze ed acquisendo in cinismo. Cruciali per il giovane Meyers le scelte che opererà dinanzi alle immancabili tentazioni in cui ci si imbatte quando si intravedono le stanze del potere. Da qui i temi che hanno segnato la cronaca politica non solo americana, tra i quali il rapporto sessuale con una stagista minorenne da celare a tutti i costi e la possibilità del tradimento ai danni della propria fazione in virtù di posizioni professionali più prestigiose.
Se Barack Obama aprirà la sua campagna elettorale per la rielezione alla Casa Bianca, senza avversari alle primarie previste dal Partito Democratico, Clooney fondamentalmente lo reinterpreta in versione meno abbronzata, costruendo però uno scenario più simile al 2008, in cui Obama era l’outsider delle primarie democratiche. Traslando la convinzione di allora che proprio le primarie del fronte opposto ai repubblicani avrebbero regalato agli statunitensi tutti il nuovo leader. Il problema sta nell’odore di corruzione, non necessariamente economica ma nello specifico etica, che è latente nella pellicola finché Clooney la lascia esplodere con la forza dei primi piani. Ammettendo che non si tratti di qualunquismo da parte dello sceneggiatore, almeno sconcerta l’idea che il compromesso in politica non sia il positivo atto conclusivo bensì il primo colpo inferto all’etica e alla morale individuale. Per chi vive la politica in giovane età, poi, il sospetto che un politico non proferisca più parola che non sia stata ratificata dai sondaggisti di fiducia apre scenari da desertificazione culturale. E tutto ciò nel tempo di Obama.
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