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Pubblicato il: mar, gen 10th, 2012

INNOCENTI EVASIONI

di Alex Minissale – Il primo ministro italiano (come un mantra e tutti in coro: non eletto dal popolo) si destreggia fra gli interessi sovra-nazionali, mentre l’asse franco-tedesco non dissimula i suoi deliri egemonizzanti nei confronti dell’Europa. A me, più probabilmente ai miei nonni, parrebbe di vivere un deja vu, sebbene sul piatto ci siano altri ricorsi di corsi sicuramente più recenti. Freschissima, infatti, la notizia delle dimissioni di Carlo Malinconico: desistendo da ironie semplici sul cognome, la vicenda dell’ormai ex sottosegratario risulta del tutto speculare a quella che coinvolse Claudio Scajola, con l’unica differenza che in quel caso “a insaputa” venne pagata una residenza permanente, non un domicilio temporaneo.

Forse entrambi i soggetti rientrano nei disegni di un sistema di retroscena (dietrologia?), ad ogni modo il fragore ha registrato meno decibel e la quantità dei giustizialisti strumentalizzanti è stata decisamente minore. A tenere alti megafoni ci son stati i soliti forcaioli, gli stessi che, urlando ancora una volta e per sempre al complotto, in queste ore sgranano rosari ed editoriali nella speranza che domani la Corte Costituzionale proclami verdetto positivo. Tema: ammissibilità del referendum elettorale; Il vuoto legislativo paventato dai più – tanto per parlarne un po’ –  è un non-senso: all’abrogazione eventuale del porcellum (primo quesito referendario) seguirebbe il ripristino automatico della legge precedente (secondo quesito referendario). Non  si rischia neppure qualcosa di destabilizzante a livello istituzionale (sull’asse psicologico, forse), solo tante incertezze in merito al ripristino del mattarellum, che ai tempi fu sostituito in quanto efficace garanzia di clientelismo; forse occorre(va) valutare senza emotività l’ipotesi di una terza alternativa, anziché muoversi nell’ansia di far fuori una legge in nome della quale – è vero – sono state elargite poltrone a pigiabottoni e portaborse.

Nel frattempo ci si bipolarizza persino sulla lotta all’evasione, sospesi a metà fra la pedagogia sociale e la demagogia di partito. A Cortina gli scontrini erano saltuari e non tutti i redditi erano sinceri, ma ci si è mossi spettacolarizzando, si spera nella misura in cui il rumore possa fungere da deterrente e non oltre la soglia “capro espiatorio”: tensione sociale e lotte di classe sono già abbastanza alimentate. Da Cortina è calata una cortina fra evasione e Stato oppressore, già presente da tempo, è vero, ma ben illuminata da quando le casse piangono e non si sa più in quali tasche inserire le mani. L’unica speranza è che si demonizzi chi evade tanto quanto chi spende male i soldi del contribuente, vizio ancora dilagante considerato che i privilegi su cui certa classe dirigente è accomodata sono di fatto immacolati.

Ma al di là dei giochi di parole, fra vertici e basi se non è guerra fredda è  lotta a bassa temperatura: ogni corporazione si dichiara favorevole a qualunque liberalizzazione non la riguardi, e di santi in parlamento ce ne sono parecchi. Nel mirino, si legge, edicolanti, tassisti e farmacisti, che legittimamente insorgono e increduli si chiedono: “ma siamo dunque le categorie più privilegiate?”. Stare in un gabbiotto, gelido o asfissiante a seconda della stagione, campando del margine di guadagno di un mercato in decrescita – quello dei giornali – non è certo tenore da alta borghesia, mentre rabbrividisco di fronte la prospettiva di trovare antidepressivi  e anoressizzanti (farmaci di fascia C) accanto ai cereali e alla farina 00: sarebbe una gioia per le tardo-adolescenti del nostro tempo.

Tutto questo mentre la benzina corre ancora (e i 0,25 € di accise, di cui forse molti di voi non sono a conoscenza, permangono inutili e indisturbati), le pensioni lontane ci fanno ciao con la manina e la disoccupazione si spalma sadica sul tessuto dei neo-laureati. Ma la piazza, un tempo fragorosa e persino distruttiva, tace: era ora, esclamerei io, forse perché osserva il baratro e comprende sagacemente che desistere significherebbe precipitare. Mario Monti, pertanto, galleggia alto nelle sabbie mobili dell’opinione pubblica – non che gli auguriamo il contrario – godendo del beneficio del confronto (di sobrietà): la frequenza con cui va a messa subisce monitoraggio, una roba che non si verificava dai tempi d’oro di Andreotti. Per adesso importa questo, sguazzare nell’assenza di scandali o minimizzarne l’apparizione (vedi caso Malinconico). In compenso, da un po’ di giorni s’è concluso lo sciacallaggio convulso sul cadavere di Don Verzè: anche in questo caso, era ora.

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