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Pubblicato il: mer, dic 21st, 2011

IL SEQUEL DI SHERLOCK HOLMES TRA LO STILE DI RITCHIE E IL GENIO DI DOWNEY JR.

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di Pietro Forestiere - Un regista indipendente e non conforme che dirige una pellicola da centinaia di milioni di dollari. Da lanciare, per di più, nella settimana pre-natalizia. Insomma un contatto tra il diavolo e l’acqua santa, ma in tal caso già avvenuto e vincente, sperimentato esattamente due anni fa con il primo Sherlock Holmes. Il cineasta inglese Guy Ritchie ha portato in dote la sua piccola rivoluzione nel genere dei gangster movie, avendo consegnato all’ultimo decennio sceneggiature magistrali che vanno dall’incalzante Lock & Stock allo scatenato RocknRolla con una galleria di insoliti personaggi da commedia incastonati in violenti e frenetici noir. Agli inizi della sua carriera lanciò e puntò forte sull’attore britannico Jason Statham, oggi considerato l’erede di genere di Bruce Willis. Con Sherlock Holmes, ha instaurato un sodalizio proficuo con l’America dei kolossal d’azione e in parallelo con l’eclettico newyorkese dal talento infinito Robert Downey Jr., ammorbidendo la svolta continentale con l’affiancamento al protagonista del londinese Jude Law. Il risultato è per il botteghino eccezionale, per l’assortimento artistico al di sopra delle aspettative.

Difatti Downey Jr. si identifica alla perfezione con Holmes, il personaggio plasmato oltre un secolo fa dal padre del giallo deduttivo Arthur Conan Doyle, figura entrata persino nel linguaggio comune, creando un detective geniale con l’inclinazione per il ju jitsu. Law interpreta il dottor Watson, la spalla nell’inedito duo, pur dotato di maggiore presenza rispetto alla prima pellicola, rinunciando ad ammaliare spettatrici e finalmente deciso a conquistare seri estimatori. A sostituire nel corso della narrazione la presenza femminile di Rachel McAdams, amore perverso di Holmes che salda quest’ultima avventura al primo capitolo, è l’attrice svedese Noomi Rapace, emersa con il recente Uomini che odiano le donne. Probabilmente l’unica stonatura della pellicola.

 
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La Rapace nel ruolo della cartomante Madam Simza Heron offre una rara impassibilità espressiva che deprime l’autocitazione del regista sulle comunità zingaresche (vedi Snatch, con un memorabile Brad Pitt). Risolleva il livello recitativo Jared Harris, non un attore di grido ma evidentemente un caratterista d’eccezione. La sua incarnazione del professor Moriarty, frutto della fantasiosa penna degli sceneggiatori, i fratelli Mulroney, costruisce un personaggio dalle malvagità e oscurità degne delle saghe cinematografiche e fumettistiche più celebri. La partita a scacchi tra il protagonista Holmes e l’ammirato nemico Moriarty è credibile, l’escalation di tensione studiata ad arte: dal confronto intellettuale nel prologo, allo scontro fisico nello svolgimento, alla tenzone che si concretizza materialmente nella scacchiera nell’epilogo. Una linearità nel Gioco di ombre che rispetto al precedente Sherlock Holmes semplifica il plot, incorniciato da scenografie digitali ed effetti speciali più imponenti, costituendo un’ulteriore apertura di credito nei confronti del pubblico eterogeneo proprio di un blockbuster.

Il detective Holmes di Doyle rappresenta la visione più elevata dell’intelletto umano. Nel personaggio, l’avidità di conoscenza dell’omerico Ulisse si intreccia alla genialità perversa del Lupin di Leblanc. Navigatori o ladri, nell’arco di due millenni di letteratura, ma pur sempre uomini. Ritchie ne ha mantenuto l’essenza, con qualche eccezione concessa al super nel nome del genere action. E proprio l’umanità di Holmes dovrebbe confutare i boriosi trattati sulla presunta tensione omosessuale presente tra sé e il fidato Watson. Le situazioni evocate a supporto, il travestitismo di Holmes o il rapimento a sua opera del dottore Watson in luna di miele, sono comiche, più che equivoche. Non c’è necessità di attribuire slanci omosessuali ad una sincera e indissolubile amicizia tra uomini. Non sono supereroi, appunto, e non devono imporsi il diniego delle emozioni umane.

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