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Pubblicato il: gio, set 15th, 2011

INTERVISTA ESCLUSIVA AD ALESSANDRO ORSINI: “LA PATRIA NON E’ UN CONCETTO SUPERATO”

di Chris Grasso

Alessandro Orsini è un giovane studioso di fama internazionale grazie al suo libro “Anatomia delle Brigate rosse” (Rubbettino) tradotto negli Stati Uniti dalla prestigiosa Cornell University di New York (Ivy League). È noto anche per la sua battaglia contro la corruzione accademica. Si è, infatti, rivolto alla magistratura per denunciare un concorso irregolare e, ancor prima di vincere la causa, aveva denunciato in alcune lettere pubbliche le minacce ricevute per essersi rivolto alla giustizia. Orsini è recentemente intervenuto al congresso nazionale della Giovane Italia con una video intervista sul sentimento d’identità nazionale degli italiani. Collabora con la Fondazione CulturalePietro Nenni ed è stato a lungo membro della redazione della rivista “Mondoperaio”. Orsini è un intellettuale di sinistra che rivendica da sempre la sua libertà di parlare con tutti. In un’intervista del 6 luglio 2011,  hadetto:

Io affermo un princi­pio: la cultura è libera. La cultura è di tutti. Se uno stu­dioso arriva a dire: io con te non parlo perché stai dall’altra parte, la cultura non è più libera. Diven­ta una cosa per te e per i tuoi ami­ci e si costruisce un ghetto”.

Professor Orsini, è stato duramente criticato per queste sue parole. Sente di poterle confermare?

Sono stato formato per studiare e per promuovere la cultura. Parlo con tutti coloro che sono disposti a dialogare. Guido Calogero diceva che essere democratici significa comportarsi in maniera democratica. Discriminare le persone in base alle idee politiche non è democratico. Filippo Turati si era dannato l’anima per affermare questa idea”.

Con il professor Orsini abbiamo parlato a lungo, non solo di università, ma anche di storia e di sentimenti verso questa benedetta patria, che dopo decenni adesso forse può davvero essere amata da tutti, senz’alcuna distinzione fra destra e sinistra. È così?

Diciamo che per cinquant’anni c’è stata quasi una sorta di censura, anche minacciosa se vogliamo, di concetti come patria nazione, bandiera, fino allo stesso inno di Mameli. Questo è accaduto anche perché in Italia abbiamo avuto una lunga dittatura fascista, che aveva identificato il nazionalismo con il sentimento di identità nazionale, due cose differenti. Il fascismo ha strumentalizzato nella maniera peggiore il sentimento d’identità nazionale per giustificare la propria politica aggressiva e anche quella razziale. Nei primi anni ’90, alcuni studiosi, peraltro di orientamento progressista, hanno rotto questo tabù. Nel 1993, Gian Enrico Rusconi pubblicò un libro intitolato “Se cessiamo di essere una nazione”, in cui spiegava l’importanza di recuperare concetti come patria e nazione. Rusconi cercava di richiamare l’attenzione sul fatto che la nazione democratica non è soltanto un concetto amministrativo e burocratico, ma è soprattutto un vincolo di solidarietà. Una nazione democratica è anche un vincolo emotivo. Questo vincolo emotivo si crea soltanto se gli italiani si riconoscono in una storia comune, in un percorso comune che faccia di loro una comunità”.

Cosa risponde, invece, a chi lo considera un concetto antico? Nell’era della globalizzazione siamo cittadini del mondo.

La patria è un concetto antico, ma non superato. È il collante di una comunità politica. Certamente può essere declinato in maniere tra loro differenti. C’è chi lo ha strumentalizzato, come appunto il fascismo, per giustificare una politica aggressiva. Però mi sembra che in Italia stiamo andando verso una direzione diversa, ci stiamo rendendo conto, forse con ritardo, che il patriottismo repubblicano non è il nazionalismo, che la parola patria può essere pronunciata sia dalla sinistra che dalla destra. Possiamo dire allora che è caduto questo tabù, forse non completamente, ma si va verso questa direzione, anche grazie all’impegno del Presidente Ciampi”.

Parliamo un po’ della sua storia, della sua battaglia contro certi poteri che impediscono a talenti come lei di vedersi riconosciuti i propri meriti nell’Università. Un problema tutto italiano.

La ragione per cui certi professori agiscono in maniera scorretta, addirittura violando le leggi, è dovuta principalmente al debole legame che noi cittadini italiani abbiamo con le istituzioni e con lo Stato. In molti casi, accade che i professori gestiscano il potere nell’interesse personale e contro quello della collettività. Ecco perché accade che ci siano fenomeni così diffusi di familismo. Esistono facoltà che hanno tredici docenti con il medesimo cognome, questo è noto e si tratta di una realtà con cui gli stessi accademici dovrebbero fare i conti”.

Lei è apprezzato nel resto dell’Europa e anche negli Stati Uniti, aggiungerei soprattutto da quelle parti. Lì, possiamo dirlo, funziona diversamente.

Certi casi di parentele, che arrivano in cattedra senza merito, sono diffusi in tutti i paesi. In Italia, però, è quasi una regola, e soprattutto è un fatto tanto comune che, in molti casi, trova il silenzio-assenso delle persone più oneste. In altri paesi questo non è normale.

Ci sarebbe anche da dire che il sistema universitario italiano non prevede controlli, tutti gli studiosi sono considerati uguali. La verità è che alcuni studiosi ottengono brillanti risultati nel campo della scienza e altri meno. Non è mai esistito in Italia uno strumento capace di premiare la continuità della ricerca e i risultati raggiunti. In un paese democratico anche i professori universitari dovrebbero rispondere di quello che fanno. Ed è giusto anche che le classifiche distinguano le varie università. Certo, i parametri sono sempre criticabili e migliorabili, ma le classifiche servono perché fanno bene al Paese. Il ministro Gelmini ha avuto il coraggio e il merito di averlo detto”.

Siamo pieni di talenti che però sono costretti a emigrare per valorizzare le proprie capacità. Quando l’Italia comprenderà il danno che arreca a se stessa?

Si tratta purtroppo di un danno di lungo periodo. Molto spesso sono le generazioni future a dover pagare i danni. Credo che le denunce pubbliche siano importanti perché consentono ad altri giovani studiosi di acquisire coraggio e di venire allo scoperto. In prospettiva mi affido molto ai miei coetanei. Qualcuno ritiene ingiustificato il mio ottimismo, ma credo in questa battaglia e sono convinto che sia giusto rimanere in Italia per portarla avanti”.

Il suo prossimo libro, “Le due sinistre. Turati e Gramsci”, uscirà per Rubbettino nel gennaio 2012. Di che cosa parla?

È un tentativo di ricostruire i valori fondamentali che sono alla base delle due sinistre. La sinistra che si richiama a Gramsci e quella che si richiama a Turati. Ho riletto l’opera completa di Gramsci, dalle prime lettere del 1908 fino ai Quaderni del carcere e ho effettuato un confronto con Turati attraverso il metodo dell’analisi culturale comparata”.

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