Galileo e la Chiesa
di Aldo Vitale
« Caro Galilei, le Scritture Sante dicon di come si vadìa in cielo, non come vadìa il cielo ». Questo il giudizio ragionevole e razionale, che oggi nessuno potrebbe non condividere, espresso, non già da un fisico dal fondo del suo laboratorio, ma dal Cardinale Cesare Baronio.
E tutta qui si è in sostanza racchiusa la concreta problematica dell’affaire Galileo.
La vicenda, per obbedienza a finalità estranee ( quali l’anticlericalismo riemergente nelle varie epoche storiche ) a quelle opportune, è stata spesso tramandata, arricchita e storpiata ricucendo il tessuto della memoria non già con abili imbastiture storiche, ma con vere e proprie toppe mitologiche.
Sarebbe impresa ardua condensare tutta la ricchezza della problematica in un così breve spazio, ma su due linee direttrici principali possono brevemente apportarsi alcune considerazioni.
La prima di carattere più strettamente storico che consenta una contestualizzazione oggettiva e soggettiva che, come una scenografia teatrale, non può essere esclusa se davvero si intende comprendere l’intero dramma.
Galileo vive ed opera in un contesto molto turbolento. Da meno di un cinquantennio, rispetto alla scoperta delle lune di Giove ( avvenuta nel gennaio del 1610 ), si è concluso il trentennale Concilio di Trento, cioè la risposta cattolica alla riforma luterana. Se i protestanti, a causa della velleità di far rivivere il cristianesimo nella sua forma più originaria ed integralista, avevano ritenuto che non vi dovesse essere mediazione tra l’uomo e Dio, cioè che in sostanza la Chiesa non avesse ragion d’essere, così come tra l’uomo e le Sacre Scritture, cioè che ciascuno era libero di interpretare per conto proprio la Parola di Dio, i cattolici, rifacendosi alla tradizione apostolica, alla successione petrina, alla plurisecolare dottrina patristica, sentirono la necessità di reagire non solo per legittimare la propria posizione, ma per ribadire ciò che da sempre si era saputo fino a Lutero, cioè che come Cristo è stato il mediatore, così la Chiesa ( corpo mistico del Cristo ) avrebbe dovuto fare da congiunzione tra il mondo terreno e quello divino. Del resto la funzione propria è esattamente questa, come si evince dalla stessa scomposizione semantico-etimologica del termine Pontefice.
Il Concilio di Trento aveva dunque riaffermato le posizioni cattoliche in tema di ermeneutica biblica, rispetto all’eresia luterana che rapidamente si era diffusa nel nord dell’Europa.
Galileo, dal canto suo osservantissimo credente ed ossequioso cattolico ( le sue due figlie Livia e Virginia presero i voti con i nomi di Suor Maria Celeste e Suor Arcangela ), voleva, proprio perché fervente nella propria fede, conciliare ciò che egli andava scoprendo ed osservando, cioè ciò che leggeva sul libro della natura, con ciò ch’egli credeva ed amava, cioè ciò che leggeva nel Libro Sacro ( la Bibbia ).
Questa operazione lo trasformò, suo malgrado, da scienziato in teologo, esponendosi dunque ad un fuoco incrociato da parte degli scienziati che non condividevano la sua posizione copernicana e dei teologi che paventavano una forma di rimonta del luteranesimo: se all’indomani del Concilio di Trento una personalità illustre ed eminente come Galileo avesse cominciato a dar letture personali della Bibbia, il luteranesimo avrebbe avuto la sua più grande conferma.
A ciò, ed a molto altro che qui s’omette, si aggiunga il piano più strettamente filosofico-scientifico e specificamente epistemologico.
In primo luogo: la teoria eliocentrica non fu provata da Galileo. Chi si dovesse addentrare un po’ negli studi astronomici e storici scoprirebbe agilmente ch’essa ha avuto tre fasi per affermarsi: Copernico ( a sua volta canonico della Chiesa cattolica, nipote del Vescovo di Warmia Lucas Watzenrode che si occupò della sua istruzione facendo conseguire al giovane Niccolò ben tre lauree in medicina, diritto canonico e matematica ) teorizzò solo il modello eliocentrico; Galileo constatò che le osservazioni telescopiche coincidevano con il modello matematico elaborato da Copernico; ma fu Newton, quasi mezzo secolo dopo la morte di Galileo, a provare fisicamente la correttezza della teoria eliocentrica.
A dire il vero anche altri teorizzarono l’eliocentrismo prima di Copernico, si pensi ad Aristarco di Samo nel III secolo a.C., o a Nicola d’Oresme nel XIV secolo, o a Nicola Cusano nel XV secolo, ma Copernico ebbe il meritò di formularlo in termini matematici.
La questione davvero nodale dell’affaire Galileo, dal punto di vista epistemologico, si pose proprio su questo versante. Il Cardinale Roberto Bellarmino, ingiustamente passato alla storia come un crudele oscurantista, era ben più razionale di tanti attuali scienziati.
Ciò che Bellarmino chiedeva era che Galileo formulasse la sua opera non per certa, non avendola provata, ma « ex suppositione », cioè per ipotesi, si direbbe oggi. Bellarmino anticipava di secoli il falsificazionismo di Karl Popper o « il metodo del dubbio metodologico » di Paul Fayerabend. Il noto fisico Max Plance precisò che « il compito principale dello studio scientifico è l’introduzione delle ipotesi »; presentare una teoria in via non ipotetica ed in assenza di prove concrete, come fece Galileo, non significa dunque rispettare il metodo scientifico.
Paul Fayerabend conclude che « la Chiesa dell’epoca di Galilei si attenne alla ragione più che lo stesso Galilei, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galilei fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione ».
L’affaire Galileo, così rivisto per sommi capi, non nasce allora dal conflitto tra scienza e fede, tra Chiesa e religione, ma dal fatto che queste fossero state “confuse” da Galileo e ri-separate proprio dalla Chiesa tramite Bellarmino, e questo perché nell’ambito cristiano in genere e cattolico in particolare fede e ragione non devono essere fuse, ma non devono essere separate, devono solo essere distinte e coesistenti.
Galileo fu condannato dunque ( e non al rogo come molti incredibilmente ritengono: morirà, infatti, di vecchiaia e malattia, pregando nel suo letto dopo un lungo periodo in cui fu ospite gradito in casa di uno dei suoi più grandi amici e numerosi estimatori, il Vescovo di Siena Ascanio Piccolomini ) non già per le sue teorie scientifiche, ma per le conseguenze teologiche di una sua fondamentale “mancanza” metodologica.
Così del resto puntualizza e conclude dopo una articolata analisi il noto studioso Jean-Michel Maldamé:« L’affaire Galilée n’existe que parce que dans la religion catholique il y a un accord fondamental entre la foi et la raison ».










[...] Vitale – Un po’ similmente all’affaire Galileo, (di cui in queste colonne s’è detto http://www.meridianamagazine.org/20110616/galileo-e-la-chiesa/ ) la cui sola rimembranza già eccita gli animi e scalda le fantasie d’ogni onesto e verace [...]