160 views
Pubblicato il: ven, nov 5th, 2010

Il partito che non c’è e la destra birindelliana

Pubblichiamo un’anteprima del nuovo numero di Meridiana Magazine …

Adesso tutti vorrebbero farci dire che abbiamo sbagliato, che abbiamo imboccato una strada senza sbocco, che siamo destinati alla dissoluzione.

Avvoltoi e sciacalli, sempre gli stessi, ieri pontificavano sulla necessità di berlusconizzare Alleanza Nazionale e sulla magnifiche sorti e progressive dell’Italia forzitaliota, oggi schiumano rabbia contro l’omofobo, puttaniere, smidollato Presidente del Consiglio. Perché stupirsi? In fondo la storia d’Italia e della Destra italiana pullula di opportunisti commessi viaggiatori delle idee, fascio-repressi (e depressi) che anziché spingere il loro coraggio oltre il contingente hanno sempre preferito scorciatoie e velleitarie operazioni di Palazzo.

E’ la solita destra birindelliana, ammiccante verso poteri forti, medi, rasoterra, col complesso di inferiorità nei confronti dell’idealtipo democristiano: negli anni sessanta e settanta, come magistralmente li dipinse Marco Tarchi nella sua “La Voce della Fogna”, votavano Diccì col busto del Duce sul comodino e senza neppure turarsi il naso, oggi
sperano di rifare una balena bianca piccina piccina sulle ceneri presunte del Popolo della Libertà.
Loro, sempre loro, vorrebbero farci dire che la soluzione alla crisi politica e culturale del centro destra sarebbe un bel minestrone con Rutelli, Casini e chissà quale altro transfuga della diaspora scudocrociata, laicisti quanto basta, etero diretti da un Montezemolo qualsiasi, tecnici e felici, persino con il sostegno del Piddì.  Grazie, davvero, ma preferiamo declinare l’invito.
Quando abbiamo deciso di cominciare quest’avventura lo facemmo perché si chiudesse la pagina di una prima repubblica che tutti oggi rimpiangono solo per comodità, quella della sovranità nazionale inesistente, dei patetici governi di coalizione, della strategia degli opposti estremismi, dei ragazzi morti per le strade e dimenticati, dei servizi deviati, delle stragi a comando, dei politici che avevano solo la fortuna di non vivere nell’era del grande
fratello universale e delle cimici sotto le lenzuola.
Nel bene e nel male quella stagione si è chiusa anche grazie al demonio Berlusconi e questo Fini lo sa bene.
Abbiamo lottato perché in questo ventennio non si precipitasse nel culto effimero della personalità e della politica ridotta ad auto rappresentazione di se stessi, ma abbiamo fatto l’errore di credere che questo compito di ricerca dell’equilibrio potesse svolgerlo chi invece di rappresentare la destra del centro destra preferiva piacere a tutti gli altri, abbandonava la piazza e il partito, riteneva i suoi giovani quasi una seccatura anacronistica.
Poco importa che oggi le parole d’ordine siano diverse, si chiama sempre istinto di sopravvivenza. Per questo noi non molliamo: non abbiamo mai fatto politica nel culto della personalità e non ci appassionano i simboli dei partiti con i nomi dei leader a caratteri cubitali, pur subendoli in un’ottica maggioritaria; per questo siamo orgogliosi di quanto di bello, innovativo, “di destra” è stato fatto durante questo governo Berlusconi e che rappresenta il patrimonio inestimabile dei suoi uomini e donne migliori. Abbiamo iniziato a fare politica per sentire il fiato delle Istituzioni sul
collo viscido dei mafiosi, per vedere i loro sguardi spenti nel vuoto dopo un blitz della Catturandi, per leggere i dati dei sequestri di beni in questi due anni, per vedere marcire in galera i detentori del 41-bis; abbiamo cominciato a fare politica perché il rispetto delle donne significasse anche una legge contro lo stalking e la violenza sessuale, perché si scrivessero provvedimenti per i giovani precari e le giovani coppie, perché si valorizzasse il talento degli Italiani under 30, perché si pensasse una riforma dell’università e della scuola contro i Baroni e dalla parte degli studenti, perchè l’economia italiana fosse difesa dagli appetiti dei potentati economico-finanziari e dalla dipendenza dagli Stati Uniti, in chiave realmente Italiana ed Europea.
Poco importa che i Ministri protagonisti di questa avventura si chiamino Maroni, Alfano, Tremonti, Gelmini, Carfagna, Sacconi o Meloni e che tutti facciano parte del governo guidato dal demonio Berlusconi: quel che conta è che questa è la nostra storia, la cifra del nostro impegno, il risultato tangibile del passaggio dalle piazze al Governo.
C’è poi tutto il resto, certo. Il partito che non c’è e che nessuno sembra voler fare, le questioni personali del Premier che offuscano i risultati raggiunti, le puttane e i puttanieri, i giornalisti morbosi, le Procure indaffarate ad orologeria, i Pubblici Ministeri in trincea e quelli sotto i riflettori. Lo sappiamo, ma non siamo avvezzi a cercare scorciatoie, né a dimenticare che l’Italia dei governi tecnici è stata storicamente la peggiore, quella più lontana dal popolo e dai suoi interessi
, quella meschinamente avvinghiata agli umori dell’alta finanza e della bassa manovalanza. Siamo convinti che ci sia molto di buono in questa avventura cominciata nel 1993 e che ci siano uomini, donne e giovani che, dal Governo al più piccolo dei Comuni, hanno solo voglia di ripartire e farlo a fianco di chi queste idee le rappresenta al meglio.
Questo è il nostro PdL, che si chiami così o che diventi alt
ro, perché questa è la nostra idea dell’Italia e siamo abituati a lottare perché possa vincere, anche a dispetto di acrobazie e tradimenti. Alla giovane e pulita classe dirigente di questo PdL affidiamo il compito di “provarla nuo
va”, di far vincere il merito, di avere finalmente coraggio e prendere l’iniziativa, ricordando a se stessi e a noi che esiste un’Italia maggioritaria che non smette di riconoscersi in un’idea della destra e del centro-destra che guardi oltre le miserie del quotidiano.
Quell’Italia siamo noi, a tutti gli altri non possiamo che augurare buon viaggio.
la Redazione

Lascia un commento

You must be Logged in to post comment.